
Il Castello Aragonese fu
costruito da Gerone di Siracusa nel 474 a.C.; esso fu utilizzato quale fortezza e rifugio
sicuro per quanti vollero difendersi nei momenti di necessità e anche come vedetta per
osservare le mosse dei nemici. La storia ci narra che Gerone pretese il Castello come ricompensa per aver
scacciato i Tirreni dall'isola. Col tramonto di Gerone, la fortezza passò ai Romani. Dopo
la caduta dell'Impero Romano la fortezza sub! una serie di occupazioni fra le quali
ricordiamo Visigoti, Vandali, Ostrogoti, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e
Aragonesi. Nel 1441, Alfonso I d'Aragona, vinto dalla bellezza del sito, trasformò
la fortezza di Gerone in un meraviglioso Castello dove trascorse i giorni più felici
della sua esistenza con la bellissima Lucrezia d'Alagno. Ma il massimo splendore fu raggiunto il 27 dicembre 1509. Scrive il
Buonocore nella sua "Storia di uno Scoglio. "Quel giorno il Castello
isolano ` convertito in una serra grandiosa di fiori venuti da ogni parte, sembrava non
più quello. Sulle torri sui pinnacoli dei templi, tra i merli della case era un aliate
festosi di orifiamm di tutti i colori, festoni di edera scendevano fitti dalla rocche,
dalle terrazze, vestivano di verde le pareti. Nell'aria limpida, serenamente
azzurreggiante, sotto gli sbadigli di un tiepido sole invernale, volava tra un'orgia di
luce, un fervore di nozze". Ferrante D'Avalos, il vincitore di Francesco I, sposava Vittoria Colonna,
la prima poetessa d'ltalia. Vittoria Colonna dimorò sul Castello dal 1501 al 1536 e fu circondata dai
migliori artisti e letterati del secolo: Michelangelo Buonarroti, Ludovico Ariosto, Iacopo
Sannazzaro, Giovanni Pontano Bernardo Tasso, Annibale Caro l'Aretino, il Sodaleto, la
Gambara e molti altri. Con la morte di Alfonso d'Avalos, avvenuta nel 1546, il Castello subì
nuove dominazioni e saccheggi tuttavia nel 1734 ospitava: 1.892 persone, un vescovo, un
capitolo dieci chiese, cinque parrocchie, un convento di clarisse, un governatore col
relativo esercito. Poi venne il periodo di decadenza e di tristezza. Nel 1851 il glorioso
maniero diventò luogo di pena, vi trascorsero giorni di dolore e passione i precursori
dell'unità italiana: Poerio, Settembrini, Pironti, Nisco, Agresti, Tommasi e tanti altri. Nel 1890 i fabbricati del Castello passarono al Demanio mentre i terreni
coltivati passarono all'Orfanotrofio Militare di Napoli. Nel 1912, spogliato delle sue immense ricchezze, il Castello passò
all'avv. Nicola Mattera, attuale proprietario. Passato il lungo ponte di 220 metri si arriva sotto al ciglio del Castello
dove era incastrato alla porta di ingresso il ponte levatoio. Qui c'era una campana che
veniva suonata solo se dall'Epomeo veniva una grande fumata. Significava che i nemici si
avvicinavano ed era tempo di scappare dai campi per rinchiudersi nel Castello. Per salire al Castello c'è una strada scavata nell'interno della viva
roccia ed è tanto larga che un tempo vi passavano i carri dei soldati e delle
provvigioni. Vi sono dei lucernari scavati nella viva pietra attraverso i quali si gettava
olio bollente e pietre sui nemici. Ai tempi di Gerone si saliva per una strada esterna dal lato di \/ivara.
Tuttora la si può osservare. Dopo una cinquantina di metri dalI'entrata vi è una seconda porta ferrata
dietro alla quale si presenta un grande spazio coronato di bastioni; era una volta la
prima batteria. Alle spalle della prima batteria si apre il traforo fatto scavare da
Alfonso d'Aragona, un vero sforzo titanico se pensiamo che venne scavato tutto a mano. La
grande galleria porta sino a metà del Castello. A metà salita della grotta incontriamo una cappella scavata nella viva
pietra; sulI'altare sorride l'unico santo che abbia mai avuto l'isola, un santo tutto
ischitano: San Giovan Giuseppe delIa Croce (1654-1734). Si racconta che quando il santo
aveva due anni, venne attaccato dalla peste ed il suo corpo era pieno di bubboni. I
genitori vollero portare il piccolo ai piedi della Madonna della Libera che era venerata
sul Castello. Una volta giunti al punto dove ora si trova la cappella, andarono per
guardare il bimbo e con loro meraviglia trovarono che tutti i bubboni erano completamente
scomparsi. Gli ischitani quando Giovan Giuseppe venne dichiarato Santo costruirono la
cappelletto in omaggio a San Giovan Giuseppe (1839). Alla fine della galleria, fornita di lucernari attraverso i quali si
poteva gettare olio bollente e pietre sugli assalitori, ci troviamo avanti ad una porta
colossale che ci mette in mente l'ingresso di un vero castello medioevale. Dalle alte rampe di scale che portano al Castello è possibile ammirare,
sulla costa dell'isola d'Ischia al di sopra degli scogli di Sant'Anna, la cosiddetta Torre
di Michelangelo. Che Michelangelo abbia soggiornato alquanto in quella torre non vi sono
documenti, ma la quattrocentesca costruzione apparteneva al duca di Bovino, Giovanni di
Guevara, padrone e signore dell'isoletta Guevara (I'odierna Vivara). Nella torre vi sono
alcune pitture che si vogliono attribuire al Michelangelo, eseguite nel periodo in cui vi
soggiornò e si consumava d'amore per Vittoria Colonna. La cattedrale era dedicata all'Assunta. Fu costruita nel 1300, quando gli
abitanti di Geronda, situata nella pineta attuale, si trasferirono sul Castello a causa
dell'eruzione dell'Epomeo (sul lato di Fiaiano). Nel 1509 e precisamente il 27 dicembre in
questa cattedrale si celebravano le nozze della poetessa Vittoria Colonna con Ferrante
d'Avalos, signore di Ischia e marchese di Pescara. La cattedrale è di due piani. La
chiesa superiore a tre navate ci ricorda un poco l'attuale duomo d'Ischia. E' di stile
romanico con sovrapposizione di stile Barocco. Dal 1809 crollò sotto le cannonate degli
inglesi, che stavano appostati sulla collina di Soronzano. Fu distrutta non solo la
cattedrale, ma andò in frantumi la tomba di Giovanni Cossa, padre del papa Giovanni
XXIII. L'altare maggiore fu trasportato nell'attuale cattedrale d'Ischia e serve
ancora da altare maggiore; i resti della tomba di Giovanni Cossa, signore d'Ischia, si
trovano parte nella cattedrale odierna e parte nel seminario. A piano inferiore vi sono le cappelle delle famiglie nobili del Castello
ed i luoghi dove essi venivano seppelliti. Meravigliosi affreschi della scuola di Giotto
(1300) adornano le pareti. Andando sulla strada laterale incontriamo l'entrata dell'abbazia dei
monaci Balisiani del 1300. Gli archi gotici dell'entrata ci mostrano le predilezione dello
stile in quell'epoca. Tra gli altri ordini religiosi passarono sul Castello anche i
Basiliani, i quali avevano pure un convento sulla collinetta di S. Pietro a Porto
d'Ischia. Girando sulla sinistra incontriamo l'ampia chiesa dell'Immacolata. La
imponente mole della sua cupola viene notata da tutta la città d'Ischia. E' di uno stile
barocco e venne fondata nel XV secolo con al lato l'episcopio ed il il convento delle
clarisse. Nell'edificio (non visitabile) i vescovi vi rimasero dal 1300 al 1750. Attraverso una porta si giunge nel monumentale convento delle Clarisse.
Fondatrice del convento fu la nobil donna napoletana Beatrice Quadra, vedova d'Avalos, nel
1575. Le prime monache furono raccolte nell'eremo dell'Epomeo, ma non resistendo al rigore
del freddo invernale, si trasferirono per sempre sul Castello. Le monache si avvicendarono
nel convento dal 1577 al 1809, data in cui Gioacchino Murat, re di Napoli, emanò la legge
di soppressione degli Ordini religiosi e confiscò i loro beni. Alcune monache passarono
al convento di S. Antonio e l'ultima dell'ordine mori nel 1911. Sotto la chiesa dell'Immacolata è situato il cimitero delle monache. La
visione è macabra e quasi inverosimile. Le monache, dopo la loro morte, invece di essere
interrate, venivano sedute su seggiole in muratura che avevano di sotto un vaso bucato di
creta detto "scolatoio". Oggi sono ancora esposti al pubblico. Mentre la carne
si decomponeva lentamente, le altre monache meditavano sulla fragilità della vita umana e
sulla morte. Consumata la carne e sconnesso lo scheletro, le ossa venivano ammassate in un
recinto. Oggi non vi sono più le ossa, ma i seggi sono ancora visibili. Riprendendo la strada che conduce alla parte alta del Castello, dopo breve
distanza, in mezzo al vigneto, si può ammirare un tempio d'arte cinquecentesca. E' un
tempietto esagonale dedicato a San Pietro a Pantaniello. L'architettura si attribuisce al
Vignola. Fu fatto costruire dai monaci Basiliani i quali avevano un altro tempietto sulla
collina di San Pietro a Porto d'Ischia. Quando i monaci lasciarono il convento sulla
collina di San Pietro e lo stesso tempietto esagonale sul Castello, tutti i beni passarono
al clero secolare che stava sul Castello e cost prese in consegna il tempietto. Ai piedi dei grande Maschio Angioino, dopo che abbiamo ripreso la strada
verso l'alto, scendendo per un piccolo vicolo si arriva alle prigioni del Castello. Le
prigioni per delinquenti comuni, nel 1851, vennero usate per i prigionieri politici. In
esse troviamo rinchiusi: Carlo Poerio, Settembrini, Pironti, Battistessa, e molti altri
eroi del nostro Risorgimento. Dopo che abbiamo varcato i massicci cancelli di ferro,
s'apre davanti un cortiletto dove i condannati prendevano aria; in un angolo c'era una
cappellina con l'altare e i condannati ascoltavano la messa restando all'aperto, ben
guardati dalle diverse garitte e dagli spioncini. L'interno del carcere è tetro. I
prigionieri erano sorvegliati a vista giorno e notte. Padrone e signore di tutto il Castello domina dall'alto l'antico Maschio
Angioino. Fu fondato da Roberto d'Angiò, re di Napoli. Non si visita e può essere ammirato salo da lontano. Anche qui si notano:
torri, bastioni, feritoie. Di dentro vi erano la reggia per gli svaghi estivi dei re di
Napoli, il palazzo del castellano e le sale tutte ornate di oro, Qui venivano accolti i
più grandi cavalieri dei tempi, poeti, scrittori e artisti del pennello. In tutto erano
un centinaio di stanze. Ora non avanza più niente. Il Maschio Angioino fu ricostruito
interamente da Alfonso d'Aragona nel 1441. Qui teneva la sua sontuosa casa Vittoria
Colonna che vi stette per 35 anni circa. Oggi si sta restaurando l'interno del Maschio e
si sono rinforzare le mura esterne per riattivarlo al pubblico. Intorno al Maschio vi sorto alcuni fabbricati che furono danneggiati dalle
cannonate degli inglesi quando nel 1809 spararono da Soronzano contro il Castello.
Last Modified: Sun, 04 May 2008 21:15:00 +0200